Tu tienimi e io mi trasformerò in meraviglia tra le tue mani, al caldo, quel caldo che di notte fa crescere il grano. Tu tienimi come guscio di noce nel pugno fessura tra i mondi. C’è silenzio tra te e me c’è perla. Ti tengo. Chandra Livia Candiani

Autore: Alice Valeri

Nuove cose. Nuovi ritmi.

La routine non c’è più.

Sappiamo quanto i bambini siano metodici ed abitudinari, quanto abbiano bisogno dei loro ritmi, per quanto ora non è semplice, è importante cercare di far riacquisire al bambino un nuovo ritmo. Questo non vuol dire che dobbiamo far finta di nulla, ma dobbiamo cercare di trovare un nuovo equilibrio in quello che stiamo vivendo.

Scandire le giornate e le attività ritmicamente è quanto di meglio per tranquillizzare il bambino e dargli un senso di contenimento e stabilità.

Dare ritmo alle giornate non significa che queste debbano essere tutte uguali una all’altra, il ritmo, infatti non è semplice ripetizione: è ripetere modalità conosciute in situazioni e ambienti nuovi.

Se il bambino sa che ci si lava le mani prima di mangiare, se ogni volta che usciamo noi ci mettiamo il cappello e lo mettiamo anche a lui, sarà lui stesso a farci notare se un giorno abbiamo dimenticato di fare qualcosa! Me se un giorno ci svegliamo alle 8 e il giorno dopo alle 10, un giorno facciamo una cosa, un altro giorno non la facciamo più, il bambino si sente perduto, non sa cosa l’aspetterà e cercherà il contenimento, che gli manca, come può.

Quindi questi giorni è necessario creare una nuova routine in questa nuova situazione.

Impostiamo insieme al bambino, se è abbastanza grande da comprenderlo, o impostiamo noi l’organizzazione della giornata, se il bambino è ancora piccolo, naturalmente dobbiamo osservare il bambino per organizzare una nuova routine. La ritmicità e la ripetizione, oltre ad essere molto rassicurante, evita inoltre moltissimi di quelli che chiamiamo comunemente “capricci”, ma che capricci non sono.

Il sistema ritmico è strettamente connesso all’emozione. Il ritmo accompagna l’uomo e la terra in ogni cosa, dall’alternarsi di notte e giorno, le stagioni, le maree. (etc)

La prima cosa che sentiamo del bambino è il battito cardiaco, la prima cosa che un neonato fa appena nato è respirare. La cosa migliore per dare tranquillità e sicurezza emotiva a un bambino è proprio dandogli ritmo. Il ritmo non è monotonia, ma scandire gli avvenimenti in modo che si ripresentino periodicamente, ma sempre con qualche sfumatura nuova.

Se un bambino non sa mai cosa aspettarsi, né come reazione emotiva, né come attività quotidiane, ad esempio i miei genitori oggi per questo non si arrabbiano, il giorno dopo sì, il giorno dopo no e poi quello dopo è una tragedia, oggi mi posso svegliare quando voglio, domani mi devo svegliare alle 8 per forza sennò la mamma si arrabbia, oggi posso fare pranzo sul divano, domani no e se provo a chiederlo mi sgridano, è naturale che il bambino diventa intrattabile, “difficile”. Il bambino entra in confusione e nella confusione ha della reazione eccessive. Ma il bambino protesta come può per questa insicurezza, emotiva, affettiva, pratica (o anche una sola di queste).

Il modo migliore per evitare queste situazioni è che tutto si svolga attraverso un ritmo che permette al bambino di orientarsi temporalmente nella giornata, per lui lo scorrere del tempo non ha alcun valore, se non come susseguirsi di eventi.

(Es. Se so che la mattina mi sveglio alle 8, faccio colazione, gioco un pochino in camera, poi cucino qualcosa con la mamma, facciamo pranzo e poi facciamo un pisolino o leggiamo una storia, poi gioco ancora un pochino in camera o andiamo a fare una passeggiata, poi gioco con papà, poi ceniamo e poi leggiamo tutti insieme una storia e andiamo a dormire)

Quindi se ci rendiamo conto che è giunto il momento di stabilire una nuova e sana routine allora parliamone prima all’interno della nostra coppia genitoriale e poi comunichiamo al bambino il cambiamento, è importante per il bambino sapere che qualcosa è cambiato nella gestione quotidiana.

 

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E se questo fosse il tempo..

E se questo fosse il tempo giusto per cambiare le nostre abitudini, se questo fermo, che ci impone di arrestare la nostra corsa esteriore diventi la spinta per mettere in moto la nostra interiorità?

Da dieci giorni siamo in casa con i nostri bambini e ora iniziamo ad accusare i primi colpi, non tutti certo, ma diversi genitori mi scrivono che hanno raggiunto “limite”, che non ce la fanno più, capricci, urla, incontentabilità, stanchezza, noia, pianti.

Non è facile essere al limite, ma è quel limite che ci dà la possibilità da andare oltre, oltre noi, oltre le nostre abitudini, deleghiamo troppo spesso la crescita dei nostri figli a qualcun altro, ai nonni, alla scuola, alle baby-sitter, ma in questo momento non è più possibile.

Lo so per alcuni queste parole possono sembrare dure, ma vi prego leggete tutto con apertura mentale e di cuore, non voglio dare giudizi, voglio solo mostrarvi una finestra diversa da cui guardare.

Potremmo provare a valutare insieme questa prospettiva.

E se prendessimo questo tempo non per fare, ma per osservare, per stare nel presente, per esser quella piuma che si lascia trasportare dal mare, osserviamo i nostri bambini, guardiamoli come non li abbiamo mai guardati, l’attaccatura dei capelli, la forma delle loro orecchie, un po’ come li abbiamo osservati la prima volta che sono usciti da noi, con quella meraviglia e quello stupore, riscopriamoli come piccole divinità domestiche.

Vi prego perdetevi nei loro occhi, in quelle mani che sono sempre in movimento, rincorrete quelle gambe mai stanche, estasiatevi nel profumo della loro pelle, fatevi trasportare dai loro pianti nei vostri mondi interiori, gustate nello loro risate l’universo che si muove e poi accoglieteli come figli di nuovo, ogni giorno.

E voi guardatevi non più come figli di un’educazione da riscrivere ma come adulti liberi dagli schemi genitoriali, ormai vecchi e obsoleti, come genitori capaci e competenti.

Riscoprite le vostre infinite possibilità di rinascita quotidiana.

Guardiamoci dentro e scopriamo l’importanza, ora più che mai, della nostra saldezza interiore, della nostra narrazione interna come IO, come famiglia e come comunità.

Questo ci salverà.

Nient’altro.

Non le scorte, non le dispense piene, ma la capacità di stare con noi stessi e di bastarci, quella stessa qualità che ci fa gioire nello stare con l’altro, nell’altruismo del dare, non con la forza di volere depredare vitalità altrui per arricchire la nostra.

Questo è il tempo delle giuste domande per una reale conoscenza dell’essere umano e dell’ambiente sociale in cui viviamo e del giusto fare.

Meditiamo su come siamo ora più che mai collegati da una sorte comune che tangibile si è resa manifesta, non possiamo più pensare che il nostro fare non ricadrà su qualcun altro, questo evento ne è la prova, siamo collegati gli uni agli altri e volenti o nolenti questa è la verità.

Riscopriamoci parte di un tutto collegato, tagliamo le connessioni malate e agganciamone altre nuove, fresche baciate dal sole di questa primavera anticipata.

Diamoci una possibilità di essere.

Illustrazione: Henn Kim

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Maestra Abracadabra

Oggi vorrei parlarvi della “magia”, ma non di quella di maghi e streghe, ma di quella pura e estasiante che si intravede negli occhi di un bambino davanti ad una novità. Da quando sono un’aspirante “maestra” raccatto in giro ogni genere di cosa, in verità ho sempre avuto questo desiderio (ora ho solo una scusa per farlo), forse perché ricordo i miei nonni che  aggiustavano, creavano bellezza con ogni sorta di cosa, per me erano magici, e così anche io quando vedo un tubo buttato penso che possa diventare uno strumento musicale da mostrare ai “miei” bimbi o che una mattonella rotta possa essere usata per fare dei mosaici o venir custodita come un tesoro inestimabile.
La mia auto è diventata la custode principale dei miei tesori, insieme al mio zaino blu; posso dimenticare il portafoglio a casa, ma non certo un “reperto” magico da mostrare ai bimbi. La cosa bella è che loro sono lì che stanno con gli occhi vispi e il respiro sospeso, come durante la notte di Natale appena prima di scartare i regali, ad attendere che io apra e tiri fuori la nuova meraviglia trovata, e non importa che sia un legnetto, un sasso o qualcosa di più grande, per loro è magico e subito iniziano ad inventare giochi o storie. Anche questo è creare bellezza, mostrare ai bambini che nonostante tutto nel mondo c’è il buono e il bello, e soprattutto che si può creare qualcosa di bello con oggetti dimenticati, rotti o non usuali, che tutto può cambiare e modificarsi.
A dire il vero loro questo lo sanno bene e tutto questo serve solo a me per non perdere quella fanciullezza che mi aiuta a vedere oltre le cose, che mi fa vedere in un legnetto un bastone di uno gnomo o in un sasso la corona di una regina.

Provate anche voi a vedere oltre le cose, oltre le persone, oltre i gesti, oltre le arrabbiature, perché c’è sempre qualcosa di bello e di magico che si nasconde dietro l’apparenza.

Essere dei maghi in questa porzione di cielo, che si chiama terra, è anche un po’ questo!

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L’abbraccio che cura

Oggi vorrei parlarvi di un tema a me molto caro: creare una sana connessione con i bambini che siano i nostri figli o i bambini di cui ci prendiamo cura, soprattutto creare una connessione quando sembra impossibile.

Partiamo dal termine connessione che significa stretta unione tra due o più cose in questo caso persone, ma come facciamo a connetterci con un altro essere umano se non siamo connessi con noi stessi?!

E’ davvero difficile, infatti come prima cosa dobbiamo lavorare sulla nostra ri-connessione e poi connetterci con il bambino che abbiamo davanti a noi, qui però vorrei raccontarvi dell’abbraccio che cura, uno “strumento” che mi ha aiutato a  risolvere situazioni difficili con bambini con cui lavoro.

Sicuramente il gioco è stato una delle cose che mi ha aiutato di più a superare le situazioni difficili, per i bambini avere dei genitori o degli educatori che amino giocare è molto importante, attraverso il gioco possiamo sciogliere tante difficoltà che i bambini possono incontrare, dal non voler andare a scuola, al non voler mangiare, ma purtroppo e dico purtroppo perché ne ho incontrati diversi ci sono bambini che hanno perso l’amore per il gioco o il loro gioco è impossibile a causa di aggressività, isolamento o mancanza di fantasia.

Questi bambini solitamente hanno emozioni soffocate che prendono il sopravvento mentre giocano con altri bambini, emozioni opprimenti che non riesco né a gestire né a controllare.

In questo caso noi adulti dobbiamo aiutarli ad uscire dalla loro torre dell’isolamento.

Vi racconto di una bambina di 4 anni che mentre giocava con altri bambini arrivata ad un certo punto si fermava immobile, iniziava a piangere e a cercare la mamma, osservando la scena mi accorgevo che nulla di “esterno” poteva aver infastidito la bambina, ma sicuramente il gioco per lei stava diventando troppo serio, stava entrando in una connessione profonda con i suoi amici e questo le creava una situazione di disagio perciò voleva la mamma, era troppo per lei.

Noi adulti solitamente ci accontentiamo di un livello superficiale di connessione con i bambini, non ci accorgiamo se non abbiamo un legame profondo o pensiamo che non ci sia nulla da fare, pensiamo di averle tentate tutte e alla fine vedendo che tutto sommato la nostra relazione non è così male ci accontentiamo, questo lo facciamo sì con i bambini di cui ci prendiamo cura, ma anche con tutte le altre persone che ruotano intorno a noi, partner, amici, colleghi di lavoro.

I bambini hanno però bisogno di un adulto che non getti la spugna e che lo aiuti ad abbattere il muro che non gli permette di sentirsi sicuro, hanno bisogno di adulti che insistano sulla connessione fino a che non vedono un passo avanti, se noi siamo disposti a dedicare tempo e impegno possiamo fare moltissimo.

Così presi la bambina che si divincolava tra le mie braccia, con calma e dolcezza e la trattenni vicino a me, lei piangeva, mi urlava contro e mi alzava le mani, io canticchiavo dentro me un dolce motivetto quasi impercettibile, non parlavo, non cercavo di spiegargli logicamente tutti i bei motivi (adulti) del perché quella reazione fosse esagerata e senza alcun fondamento o sul perché la mamma non potesse venirla a prendere o svariate altre possibilità logiche, comprensibili e accettabili per noi, ma completamente inutili per una bambina che in quel momento mi stava solo chiedendo aiuto, questo era il modo in cui lei riusciva a chiederlo, un modo giusto, lecito e da accogliere.

E così ho accolto tutte le sue lacrime, le sue parole negative nei miei confronti e tutti i suoi calci e pugni, ma alla fine dopo un bel po’, perché queste situazioni sembrano sempre durare tantissimo, la bambina è rifiorita, era calma, mi ha abbracciato con dolcezza, si è asciugata le lacrime ed è tornata a giocare con una nuova gioia con gli altri bambini.

Lei ha trovato in me un adulto capace di gestire le emozioni, in primis le mie e poi le sue, un adulto capace di offrirgli un rifugio sicuro se lei ne avesse avuto bisogno, un adulto che cercava una profonda connessione con lei, un adulto che l’ha accolta e l’ha compresa, ma che ha definito un limite fermo e sicuro.

Lei aveva bisogno di sperimentare in una nuova situazione di potersi sentire al sicuro, che qualcuno oltre la sua mamma la poteva aiutare, aveva bisogno di uscire dalle barriere dell’isolamento emotivo, di sfogare tutte le sue emozioni e di fare la scorta di “carburante” per poter giocare con altri bambini. E così è stato, da quel giorno è riuscita a sentirsi a suo agio in un ambiente nuovo, a giocare con bambini che non conosceva, sapendo che un adulto l’avrebbe aiutata a superare momenti difficili.

L’abbraccio contenitivo, non è per tutti. Alcuni ne hanno piena fiducia ed altri invece pensano sia una costrizione per il bambino, ma non è così almeno per me, l’abbraccio non deve essere mai stretto e fatto con forza, io mi sono accorta che molti bambini nel momento in cui li abbracci e li metti a sedere sulle gambe, loro sì, si divincolano, in realtà potrebbero liberarsi dalla tua presa, ma non lo fanno, restano lì perché è quello di cui hanno bisogno.

Lawrence J. Cohen nel suo libro gioca con me raccomanda di usare un contenimento fisico anche per i bambini che diventano violenti o agitati perché il contatto, la pressione ferma e il senso di protezione li aiutano ad organizzare le loro sensazioni e i loro impulsi.

Ci sono poi bambini che non riescono a smettere di fare del male agli altri bambini o a qualcun altro, magari corrono in giro rompendo oggetti, bambini che si rifiutano di istaurare qualsiasi tipo di contatto o se instaurano un contatto sono molto fisici e possono far male agli altri, in questo caso bisogna fermarli dolcemente ma con fermezza interna, la nostra voce deve restare calma e calda come anche la gestualità del corpo ma internamente dovete essere decisi.

Questo basta per far sì che il bambino si liberi in un pianto curativo o che cerchi il vostro abbraccio per poi tornare a giocare tranquillamente.

Anche in questo caso l’abbraccio contenitivo può aiutare, sia perché delimita un confine al bambino, sia perché rilascia e scarica delle emozioni soffocate che sono alla base di questi comportamenti.

Io l’ho provato in diverse occasioni e posso dire che con il tempo questi bambini diminuiscono l’aggressività verso i coetanei, che è una tappa fondamentale della crescita e non deve preoccuparci, ma che va limitata e definita senza però etichettare il bambino aggressivo come bambino cattivo e l’abbraccio che cura può essere una valida alternativa.

Un altro momento in cui si può usare il “FeelingsTime” è quando i bambini iniziano a chiedere con insistenza delle cose, ad esempio vogliono fortemente una cosa e la ottengono e subito dopo ne chiedono un’altra con la stessa tenacia e la ottengo ancora e poi di nuovo e si entra così in un circolo vizioso, oppure quando vogliono qualcosa che voi gli date, ma subito cambiano idea e vogliono un’altra cosa e poi ancora così fino a che solitamente il bambino inizia a piangere ad urlare o gli adulti non riescono più a sopportare la situazione e si arrabbiano, in questo caso il bambino ci sta chiedendo un limite, ci sta manifestando il suo bisogno di un confine, vuole e lo so che può sembrare strano un “no” da noi, un contenimento fisico. Un fermo no in questi casi può aiutare, vi racconto di una bambina di 5 anni che continuamente mi chiedeva cose che lei sapeva impossibili ed io con calma mi abbassavo alla sua altezza, la guardavo negli occhi e le dicevo “no, mi spiace so che ti piacerebbe tanto ma non è possibile ora fare quello che mi chiedi” e lei allora sorrideva e se ne andava quasi volando, questa bambina aveva bisogno di sentirsi sicura, alle volte oltre a questo la abbracciavo e la tenevo qualche secondo sulle mie gambe e lei era felice e il suo bisogno di confine e di sicurezza era stato appagato, ma non sempre è tutto così liscio, ci sono bambini che rispondono con lacrime o “scenate” ma anche questo va bene, in un certo senso il “no” è come l’abbraccio contenitivo, fornisce una resistenza che i bambini possono usare per rilasciare la tristezza, la rabbia e la frustrazione in eccesso e poi per sentirsi al sicuro e più leggeri.

E’ fondamentale comprendere però che l’obbiettivo del contenimento fisico, o l’abbraccio che cura come piace chiamarlo a me, non è quello di punire i bambini, le punizioni vanno assolutamente abolite, o quello di far sentire noi adulti superiori, ma di creare una situazione in cui i bambini possano liberarsi dalle tensioni emotive accumulate, di liberarsi di emozioni dolorose che interferiscono nella loro connessione con gli altri in un ambiente caldo come un abbraccio.

Perciò è meglio non contenere i bambini se voi stessi vi sentite arrabbiati e non avete il controllo sulle vostre emozioni, meglio in queste occasioni prendersi una pausa e tornare con il bambino quando sarete calmi e amorevoli.

E poi tanto yoga e meditazione che serve sempre!

 

 

 

 

 

Ancora

Il tempo dell’ancora non c’è più, si è perso in mezzo alle mille pagine lette con superficialità, ai genitori stessi che si sono stancati di rileggere sempre la stessa storia, alla loro voglia di novità che non risponde a quella del loro bambino, che però si adatta, accetta e modifica la sua domanda. Questa è la velocità della vita che non lascia scampo neanche ai bambini. Non c’è tempo da perdere e ripetere è tempo sprecato, invece no, è il contrario è fondamentale, è un tempo di costruzione, dove l’anima del bambino lavora negli strati più profondi, ma come possiamo accorgercene se non vogliamo guardare e nel frattempo accumuliamo libri, pensando che debba subito iniziare a conoscere più cose possibili, ma siamo certi di quello che stiamo facendo?

È davvero un bisogno del bambino o più che altro è un nostro desiderio e cioè quello di avere un figlio intelligente, un figlio migliore, di chi bene non si sa, semplicemente forse migliore di noi.
Che poi leggere va benissimo, ma ancor meglio è raccontare e ancor meglio è inventare o ricercare e poi raccontare.
Le fiabe ad esempio hanno un linguaggio ricercato, parlano alla totalità dell’uomo e raccontano della vita di ogni essere umano, delle sue debolezze, delle sue prove e delle sue vittorie. Non dimentichiamo però che ogni età ha la sua fiaba, non possiamo raccontare cappuccetto rosso ad un bambino in fasce, dobbiamo perciò prima studiare noi stessi la fiaba, rileggerla più e più volte, comprenderne i significati profondi, viverla intensamente nel nostro animo e poi restituirla al bambino sotto forma di racconto. Questo è quello che ci richiede il bambino un lavoro profondo e se noi da subito lo faremo, quell’ ancora non si perderà mai ed anzi il bambino attenderà con ansia e gioia il momento della fiaba.

 

Immaginazione.


L’immaginazione non c’è più, non voglio denigrare i libri meravigliosi con illustrazioni fantastiche, ma dove sta l’immaginazione del bambino, che può costruire da sé il racconto ed i personaggi quando è già tutto bello, fatto e finito.
Dov è la possibilità di ricreare da nuovo ogni volta le immagini della storia?
Non c’è e non può esserci.
Mi viene in mente la parte nel libro “Il piccolo principe”:

“..”Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora”. 
Feci il disegno.
Lo guardò attentamente, e poi disse: “No! Questa pecora e’ malaticcia. Fammene un’altra”. 
Feci un altro disegno.
Il mio amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza. 
“Lo puoi vedere da te”, disse, “che questa non e’ una pecora. E’ un ariete. Ha le corna”. 
Rifeci il disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i precedenti.
“Questa e’ troppo vecchia. Voglio una pecora che possa vivere a lungo”. 
Questa volta la mia pazienza era esaurita, avevo fretta di rimettere a posto il mio motore. Buttai giù un quarto disegno. (disegno di una cassetta) 
E tirai fuori questa spiegazione: 
“Questa e’ soltanto la sua cassetta. La pecora che volevi sta dentro”.
Fui molto sorpreso di vedere il viso del mio piccolo giudice illuminarsi.
“Questo e’ proprio quello che volevo”…” 

Questo è quello che dovremmo dare ai nostri bambini, la possibilità di creare con la loro fantasia, dovremmo iniziare a dare meno, perché dando meno loro costruiranno di più da soli.
E non è forse questa l’intelligenza? Un domani siamo certi che troveranno tutto quello che desidereranno? Io penso che se lo dovranno costruire come da piccoli creavano con la loro fantasia e creatività.
Come per il corpo umano il cibo è nutrimento, così le fiabe sono nutrimento per l’anima del bambino e per la costruzione dell’uomo di domani.
Con questo non voglio dire di abolire i libri, assolutamente, dico solo di iniziare anche a raccontare fiabe ai nostri figli, di tornare a fare come i nostri nonni che intorno al fuoco intonavano meravigliose avventure di vita.
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I maestri più grandi che ho avuto sono stati i bambini che ho incontrato.

Mi hanno insegnato a perdermi nella bellezza di una goccia di rugiada, a guardare un bastoncino di legno e vederci mille e una possibilità,

mi hanno insegnato che un bacino può curare e che una parola può ferire, che si può litigare e far la pace con il mignolino e poi scappare a giocare più amici di prima,

mi hanno insegnato che le parole sono importanti e che una promessa va sempre mantenuta, che il tempo non esiste, che siamo noi a comandarlo e che alle volte si può rimandare,

mi hanno insegnato che potremmo dire sì invece diciamo no solo per paura,

mi hanno insegnato che si può ridere fino a piangere e che ci si può emozionare davanti ad un fiore che sboccia,

mi hanno insegnato che se piove e si è tristi basta uscire fuori, correre sotto la pioggia e la tristezza passa,

mi hanno insegnato che bisogna urlare con tutta la forza che abbiamo in corpo per manifestare la nostra protesta e le nostre idee, ma anche l’umiltà di ascoltare in silenzio,

mi hanno insegnato che gli occhi ed i gesti dicon sempre la verità e che alle volte basta un abbraccio senza troppe parole per consolare,

mi hanno insegnato la costanza di provare e riprovare,

mi hanno insegnato che la strada più bella non è quella in pianura ma quella in salita dove camminare è difficile, dove ogni tanto fermarsi non è una sconfitta, ma è prendere la carica per andare ancora più in alto,

mi hanno insegnato che l’amore è più forte di ogni cosa e che loro vengono dalla sorgente dell’amore e che se li tocchi tocchi l’amore stesso,

mi hanno insegnato il coraggio di restare bambini in un mondo per adulti.

 

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Photo by Frederik Trovatten on Pexels.com

 

CON TATTO.

Il bambino è tutto organo di senso, attraverso i sensi egli scopre il mondo ed è per questo che i bambini vorrebbero toccare tutto, ogni cosa che hanno sotto mano.

Ma perché? Che cosa succede nel toccare?

Quando tastiamo, nello stesso tempo ci stacchiamo da qualcosa, modificando il nostro equilibrio diventa realmente più chiaro il tastare. Il toccare non mi fa sentire se qualcosa è freddo o caldo, ruvido o liscio. Io non sento con il tatto che il mio equilibrio si modifica, queste sono percezioni che abbiamo attraverso altri sensi, ma allora cosa sento davvero quando tasto e lascio andare tutto il resto? Che cosa rimane in me?

In realtà con il toccare viene percepita solo una resistenza. Dovremmo fare una prova, andare in una stanza a noi sconosciuta spegnere le luci e iniziare a muoverci per conoscere quello che c’è intorno, così sperimenteremo realmente quello che sentono i bambini di pochi mesi iniziando a conoscere quello che c’è intorno a loro, dapprima il loro corpo, poi con il gattonare e successivamente con il camminare, inizia la scoperta di qualcosa sempre più vasto.

Nel bambino sorge qualcosa come un primo svegliarsi, la resistenza che noi percepiamo viene da fuori, ma in realtà un meccanismo si attiva nell’anima dell’uomo nel toccare qualcosa; sebbene ancora in uno stato di incoscienza inizia un primo risveglio.

Lo svegliarsi è un processo complicato, il bambino inizialmente è un tutt’uno con la mamma e con l’ambiente circostante, vive completamente immerso nel mondo, si sente parte integrante di esso e non sente una differenza tra lui, la mamma e ciò che lo circonda, inizia poi gradualmente un lento processo che lo farà divenire cosciente di sé stesso come individuo distaccato dal resto.

Quando per esempio vogliamo svegliare una persona è sufficiente sfiorarla leggermente, più la persona è sensibile più “il tocco” può e deve essere delicato e così anche il suo destarsi sarà calmo, sereno e si troverà in uno stato di benessere. Tutti noi abbiamo fatto questa esperienza almeno una volta e possiamo quindi comprendere quanto detto perché lo abbiamo sperimentato. Cosa succede se ci svegliamo di soprassalto per un rumore molesto o per un tocco brusco o maldestro?! Tutto il nostro essere va in allarme, il corpo stringe i muscoli, il cuore batte più velocemente, il respiro si fa più pesante perché sentiamo come una minaccia nell’ambiente, certamente noi adulti subito riusciamo a riacquistare la calma dopo aver capito che non c’è nulla di cui aver paura o per cui andare in allarme, ma per i bambini non è così facile.  Ed ora facciamo appunto il paragone con il bambino, egli appena arrivato dal piano spirituale al piano fisico, ancora immerso nel sonno del sogno primordiale attraverso le esperienze che vive si sveglia nella coscienza, pertanto dobbiamo avere molta premura di quello che portiamo alla loro attenzione e alle esperienze che gli facciamo vivere. Se le prime esperienze che il bambino vivrà saranno esperienze per lui forti e pesanti il bambino verrà bruscamente svegliato ed in lui risiederà un’agitazione costante, le energie costitutive non trovando la strada giusta devieranno e il bambino sarà in una continua lotta con sé stesso e con l’ambiente circostante. Egli durante i primi tre anni di vita è in una strettissima relazione con l’ambiente naturale, e in natura tutto è regolato da profonde leggi matematiche, per cui nulla è lasciato al caso o al caos ma tutto è in armonia, ed è questo che il bambino dovrebbe trovare nell’ambiente domestico e nelle figure da lui scelte come accompagnatori, la mamma e il papà, un sacro ambiente preparato accuratamente a sua misura, e due esempi da seguire. La prima percezione tattile che il bambino dovrebbe avere appena uscito dall’utero materno è ancora essere contenuto nel caldo abbraccio della mamma.  Solo calore umano pieno di amore.

Ma che succede quando entriamo in relazione con l’altro. La percezione tattile è la risonanza interiore al contatto diretto e fisico con il mondo esterno. Tramite il senso del tatto prima costatiamo di essere toccati, di “urtare contro il mondo esteriore materiale ed avere un’esperienza limite”, poi segue l’aspetto più sottile del processo, in quanto tutto il corpo reagisce come una cassa di risonanza ai diversi livelli del contatto e noi sperimentiamo con la nostra anima le cosiddette “vibrazioni”, le quali variano a seconda della nostra impressione, se quello in cui ci “imbattiamo” è ruvido o liscio, appuntito o arrotolato, duro o morbido. Le vibrazioni “trapassano” il nostro organismo in vari modi, dobbiamo tenere a mente che durante il toccare non facciamo solamente un’esperienza fisica, ma la vita animica partecipa al cambiamento della situazione fisiologica. Le impressioni vengono poi afferrate dalla coscienza e rispecchiate nello spazio esterno.

Nel tatto l’anima ascolta la musica che il mondo esterno suona sullo strumento del corpo.

I contatti grossolani producono dei suoni sordi o addirittura, se i contatti sono dolorosi o inducono alla sofferenza, dei suoni disarmonici e acuti, mentre i contatti delicati, pieni di sensibilità, amore e cura, entrano nell’interiorità in modo armonico e producono benessere e pienezza.

Un giusto e corretto sviluppo del senso del tatto nella prima infanzia è base e nutrimento per la formazione del senso del tatto sociale.

Ma come possiamo aiutare i bambini a sviluppare il senso del tatto, quello che un domani diverrà il tatto sociale?

Innanzitutto è importante che i bambini piccoli siano toccati, tanto, tanto, tanto.

Purtroppo si pensa che tenere i piccoli in braccio possa viziarli, ma in realtà non è così, i bambini così piccoli non si viziano, il vizio se vogliamo definirlo tale è una risposta istintiva ad un loro bisogno, che è quello nei primi mesi ed anni di essere toccati, accarezzati, presi in braccio e contenuti.

Cari genitori, un giorno rimpiangerete di non aver abbracciato (per non viziarlo) vostro figlio perché già quando andrà alle elementari vorrà essere indipendente e vorrà che lo lasciate cinque metri prima dell’entrata della scuola, e allora lì si che voi vorreste abbracci e coccole.

Le carezze per i bambini sono essenziali, perché tramite il nostro tocco, loro iniziano a scoprire il limite del loro corpo. Il tocco delle mani, imbevute di olio tiepido, sulla pelle del bimbo nutre il neonato allo stesso modo del grembo materno prima della sua nascita e lo aiuta a prendere coscienza dei confini, che non sono più le pareti uterine. La stimolazione tattile delle terminazioni nervose della pelle, che trasmettono gli stimoli al cervello, determina la sensazione di uno stato di benessere e facilita la crescita psicofisica del bambino. Il tocco, le carezze, l’abbraccio non sono tecniche, ma un modo di comunicare con il proprio bimbo, favorendo la relazione armoniosa tra genitore e figlio e questo non soltanto durante i primi mesi ma sempre.

Anni fa si usava un sacco nanna dove mettere i bambini, perché nel muovere i piedini loro riuscivano a toccare il sacco e sperimentavano un limite, riuscivano a capire il loro confine. Proponendo ai bambini dai 3 anni dei giochi specifici per lo sviluppo del senso del tatto, visto come urto contro qualcosa, diventano lentamente, ma sicuramente coscienti del loro confine.

Per aiutare lo sviluppo di questo senso di base, i bambini dovrebbero essere accolti in una casa a loro misura, dove loro possano liberamente muoversi nello spazio e scoprire ogni cosa, per la scelta dei giochi si prestano sicuramente bene l’utilizzo di giocattoli in legno piuttosto che giocattoli di plastica, il legno è un materiale vivo, ha un suo odore e peso specifico. Le attività che si dovrebbero presentare al bambino sono quelle della vita pratica familiare e quindi il bambino dovrebbe poter rifare tutto quello che vede fare alla mamma, dalle faccende domestiche al cucinare. Questo è solo uno spunto di azione per una giusta stimolazione del senso del tatto. Tanto altro si potrebbe dire sulla gestione quotidiana del bambino in famiglia e lo farò in un prossimo articolo più specifico.

Ultimo spunto di riflessione che voglio portarvi è questo, quando si parla di una persona che ha tatto si usa per dire che tale persona è delicata nell’agire e nel parlare e che è capace di comportarsi con discrezione, subito si palesa all’attenzione come tutte queste caratteristiche siano strettamente collegate allo sviluppo del senso del tatto e alle esperienze che noi abbiamo fatto vivere al bambino nei primi anni di vita.

Pertanto abbiate tanto tatto e tanto contatto con i vostri figli perchè un domani questo li farà divenire uomini e donne migliori!

 

Insieme.

L’educazione è sempre stata per gli adulti un compito fondamentale, tanto che, sempre più spesso, i genitori si sentono vessati da consiglieri che spuntano da tutte le parti; in fila alla cassa del supermercato, la nonnina del piano di sopra che ti dice “due sculacciate non hanno mai ucciso nessuno”, e poi per non parlare dei familiari, che con i figli degli altri sono formidabili (!!). Tutti ci sentiamo di dare sempre buoni consigli nelle situazioni altrui, consigli che in fondo, nella maggior parte dei casi, sono critiche fine a stesse che non portano ad un reale miglioramento, tanto meno ad uscire da situazioni difficili e cristallizzate.

E poi ci sono loro, i genitori, che non sentendosi adatti al compito affidatogli, per paura o per mancata conoscenza, delegano a specialisti la crescita dei loro figli. Con questo non intendo asserire che non sia giusto sentire il parere di chi ha fatto dell’educazione il proprio mestiere, anzi, sarei ipocrita visto che anch’io sto studiando per questo, ma il punto è un altro ed è quello dell’assoluta importanza di non delegare qualcosa che spetta di dovere e diritto al genitore; di non lasciare unicamente alla scuola l’educazione e la crescita dei propri figli, ma in virtù di queste necessità, intraprendere un percorso di conoscenza e formazione per essere consapevoli ed adempiere al dovere di accompagnare e sostenere i bambini nella vita.

La responsabilità dell’educazione non si accorda con il concetto di “vita facile”.
Per questo i genitori soffrono in ciò che loro definiscono “insuccessi pedagogici”, ma di fronte alla proporzione del meraviglioso e allo stesso tempo delicatissimo compito, ciò è del tutto naturale.
Sono i bambini che scelgono i genitori come è vero che sono i genitori che preparano il terreno per l’arrivo di un determinato spirito. Ogni cosa che i pargoli della vita ci portano, come uno specchio di fronte ai nostri occhi, serve a noi adulti per migliorare e mutare una situazione cristallizzata probabilmente da anni o generazioni.

I bambini non sono articoli di lusso, un oggetto da esibire, un divertimento da riporre nel cassetto finita l’estasi iniziale. I bambini non sono bambolotti che fanno tutto ciò che vogliamo. Quante volte sarà capitato anche a voi di assistere a scene in cui gli adulti chiedono ai bambini di riproporre qualcosa che hanno imparato, del tipo “fai la linguaccia” o “fai la faccia arrabbiata” solo per far ridere chi hanno di fronte. Rischio di sembrare troppo selettiva, ma se facciamo una riflessione, forse ciò che dico è reale quanto terribile.
Pensate un attimo se si chiedesse a voi di compiere delle azioni per far vedere agli altri quante cose avete imparato; quanto siete bravi e divertenti.

Dobbiamo, a mio avviso, intraprendere un cambio di rotta e rendere giustizia al magico luogo dell’infanzia. Chi vuole rendere giustizia all’infanzia, a quell’essere sacro che porta amore e vita deve rendersi capace di sofferenza e rinuncia; pronto a confrontarsi con i propri scheletri nell’armadio, con le proprie debolezze, con le proprie ferite e con la propria infanzia, essere predisposto a rivedere abitudini di vita ed atteggiamenti.

Al giorno d’oggi, in una società che ci impone di essere sempre più concorrenziali e produttivi, quasi fossimo delle macchine, diamo più importanza allo sviluppo cognitivo dei nostri bambini, li riempiamo di impegni e di attività che possano aiutarli a sviluppare competenze, ma così facendo, come per noi adulti per i bambini, rischiamo di perdere di vista l’essere.

 

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“Tutti parlano della pace, però nessuno educa per la pace.. il mondo educa alla competizione e la competizione è l’inizio di ogni guerra.”

 

Non si può parlare di EDUCAZIONE senza parlare di AUTOEDUCAZIONE da mettere in pratica ogni giorno.

Sarà per questo che Maria Montessori scrisse:

“il bambino è lo strumento di Dio per l’evoluzione dell’umanità, evidentemente la natura, tra le missioni che ha affidato al bambino ha incluso quello di spingere l’umanità adulta ad un livello superiore”.

Per fare questo, per spingerci ad un livello superiore, dobbiamo prima prendere coscienza e consapevolezza del meraviglioso compito di EDUCARE (dal latino, EDUCERE = trarre fuori, tirar fuori o tirar fuori ciò che sta dentro). Dovremmo tirar fuori non soltanto i nostri talenti e quelli del bambino, ma soprattutto dare quanto darci la possibilità di far manifestare l’essenza spirituale insita in ognuno di noi.

Dobbiamo fare i conti con noi stessi perché soltanto così potremmo avere la forza ed il coraggio di guardare i bambini con occhi puri e sguardo pieno di amore.

Autoeducazione è anche decidere di prendere in mano la crescita dei propri figli, incontrarsi con altri genitori, mettersi in gioco, riprendere a studiare con l’aiuto di persone qualificate, porsi domande su cosa serva davvero al bambino per crescere felice e chiedersi cosa sia giusto per non cadere nella trappola del “si è sempre fatto così”.

Abbiamo e abbiate la forza di credere e sperimentare che tutto questo sia possibile; la vita ci ha fatto dono di un meraviglioso compito, dobbiamo prenderne coscienza ed impegnarci per esserne all’altezza.

 

“Nessuno educa nessuno,

nessuno si educa da solo,

gli uomini si educano tra loro con la

mediazione del mondo”

(P.Freire)

 

Voglio essere solo un bambino

Non sono un bravo bambino, non lo voglio essere.

Voglio essere solo un bambino.

Questo vedo nello sguardo dei bambini che ogni giorno cedono ai ricatti degli adulti.

“Se non sei bravo non ti compro..”

“Fai il bravo altrimenti..”

“Basta, ora smettila e fai il bravo…”

“Fai il bravo e mangia tutto…”

Quanti di noi ogni giorno usano queste frasi con i bambini o se le sono sentite dire quando erano loro stessi dei bambini;

tutti sicuramente, almeno una volta.

I bambini che si sentono continuamente incompresi e manipolati in questo modo divengono effettivamente confusi e sviluppano una ben motivata aggressività. (Alice Miller)

Ma realmente ci siamo domandati cosa stiamo chiedendo a questi bambini, ci siamo chiesti che cosa voglia dire per loro comportarsi da bravo bambino, cosa voglia dire essere un bravo bambino. Ho letto su un libro che una bambina chiedeva ad un adulto se un bambino bravo, è un bambino che ha gli occhi azzurri e i capelli biondi. Questo mi ha fatto sorridere e raggelare nello stesso tempo, ho sorriso per la purezza e l’ingeniutà di quella cucciola di uomo, e mi si è invece gelato il sangue nelle vene per quello che noi con adulti siamo, chiediamo e pretendiamo.

Pensare che i bambini possano scegliere coscientemente, che facciano qualcosa solamente per farci arrabbiare non è attendibile, i bambini non innescano questi ragionamenti razionali e logici quando si relazionano con il mondo che li circonda, il pensiero razionale e logico arriverà solo più avanti, loro rispondo a profondi bisogni interni, non vogliono sfidarci o prendersi gioco di noi, vogliono solo essere guardati con amorevolezza, compresi, ascoltati, consolati anche limitati sì, ma sempre con massima fiducia ed amore.

Ed è per questo che se fanno i cosiddetti capricci per un gioco, o perchè non voglio smettere di fare qualcosa, o per mille altre situazioni, non lo fanno perché non vogliono essere bravi e farci arrabbiare, ma lo fanno quasi sicuramente perché hanno bisogno di un nostro contatto, di catturare la nostra attenzione e di essere visti. Di fronte ad un capriccio dovremmo chiederci cosa possa averlo innescato, com’è il nostro atteggiamento nei suoi confronti, il nostro tono di voce, il nostro corpo cosa sta comunicando, e soprattutto perché ci dà così fastidio.

Dicono che bisogna insegnare ai bambini ad amare la madre, il padre, la maestra; bisogna insegnar loro ad amare tutto e tutti. E chi è questo maestro di amore, che vuole insegnare ai bambini ad amare? Colui che giudica capricci tutte le loro manifestazioni e che pensa alla propria difesa contro di loro? L’adulto non può diventare maestro d’amore senza un esercizio speciale e senza aprire gli occhi della coscienza. Benché l’uso dei castighi vada rapidamente scomparendo nelle famiglie evolute e coscienti, tuttavia non è scomparso del tutto, e le maniere rozze, la voce dura e minacciosa costituiscono il trattamento più comune usato dall’adulto nei riguardi del bambino. Si crede che sia naturale diritto dell’adulto quello di castigare il bambino, e la madre si sforza di considerare un dovere l’applicazione di qualche schiaffo. Bisogna che l’adulto si convinca a tenersi in un posto secondario e si sforzi a comprendere il bambino col desiderio di farsi suo seguace e aiuto della sua vita. Ecco l’orientamento educativo che riguarda le madri e tutti gli educatori che avvicinano il bambino. (Montessori)

Guardami mamma, ci sono anche io, tu sei per me una regina ed io voglio essere il tuo re, questo vogliono dirci, oppure hanno bisogno del nostro aiuto, vogliono il nostro intervento, vogliono vedere come gestiamo le cose del mondo per poterle apprendere da noi.

L’adulto deve cercare di interpretare i bisogni del bambino per seguirlo e assecondarlo con le proprie cure, preparandogli insieme un ambiente adatto. Solo cosi si può iniziare una nuova epoca nell’educazione, quella dell’aiuto alla vita. E potrà aver fine e chiudersi l’epoca in cui l’adulto considerava il bambino come un oggetto che si prende e si trasporta dovunque quando è molto piccolo e che quando è cresciuto deve soltanto obbedire e seguire l’adulto (Montessori).

Questo però non significa che il bambino debba crescere come un piccolo selvaggio. Egli ha bisogno essenzialmente di rispetto da parte delle sue persone di riferimento, di tolleranza per i suoi sentimenti, di sensibilità per i suoi bisogni e per le offese che riceve, e di onestà da parte dei genitori, la libertà dei quali– e non le riflessioni educative – provvederà poi a porre al bambino dei limiti naturali. (Alice Miller)

Nei primi momenti di vita il bambino deve essere il re della casa e della famiglia, noi adulti dovremmo adattarci ai suoi ritmi e ai suoi bisogni ed invece sempre più, sono i bambini che si adattano a noi, ai nostri ritmi frenetici, ai nostri tempi veloci e se invece puntano i piedi e non vogliono adattarsi con pianti ed urla, li etichettiamo come ”bambini cattivi”, quindi essere bravo, per il nostro modo di pensare e di porci, vorrebbe dire adattarsi a tutto ciò che l’adulto chiede, senza poter dire nulla.

Vista la nostra inefficienza ad innalzarci fino alla loro essenza chiediamo ai bambini di abbassarsi a noi.

Se la personalità del bambino deve essere educata nel suo sviluppo ed essa viene reputata la più debole, occorre che la personalità prevalente, quella dell’adulto, si faccia remissiva e, prendendo, seguendo la guida che il bambino stesso gli offre, consideri suo onore il poterlo comprendere e seguire. (Montessori)

 Il bambino è una sorgente d’amore; quando lo si tocca, si tocca l’amore. (Montessori)

 Loro sono amore puro e hanno quindi bisogno dell’amore dei genitori per vivere,  pertanto se essere bravi vuol dire essere amati e rendere felici gli adulti, lo faranno,  e con il tempo si adatteranno a quello che gli adulti chiedono.

Non tutti certo, ma molti sì.

L’adattamento ai bisogni dei genitori conduce spesso (ma non sempre) allo sviluppo della personalità “come se”, ovvero a ciò che si definisce un falso sé. L’individuo sviluppa un atteggiamento in cui si limita ad apparire come ci si aspetta che debba essere, e si identifica totalmente con i sentimenti che mostra. Il suo vero sé non può formarsi né svilupparsi, perché non può essere vissuto…

Si è effettivamente verificato uno svuotamento, un impoverimento e una parziale eliminazione delle loro possibilità. (Alice Miller)

 Se il bambino viene plasmato al mondo degli adulti, al loro progetto, ad un esito considerato “desiderabile” sulla base di un modello precostituito, il bambino viene esposto ad un maltrattamento rispetto alla sua qualità di essere amore incarnato. Possiamo fare invece una cosa molto più importante che è dare il buon esempio, l’età dagli 0 ai 7 anni è l’età dell’imitazione per eccellenza, dovremmo fare davanti ai bambini tutto quello che loro possano poi imitare.

Il bambino è sensibile a un punto estremo, impressionabile in modo tale che l’adulto dovrebbe sorvegliare tutti gli atti e le parole, perché esse gli rimangono scolpite nella mente. La mente assorbente accoglie tutto, spera in tutto; accetta la povertà come la ricchezza, accetta ogni fede, e i pregiudizi e costumi del suo ambiente: tutto incarna in sé stesso: Questo è il bambino! (Montessori)

 Tutto il corpo del bambino agisce come organo di senso, come riflesso di fronte a quello che accade nell’ambiente che lo circonda.

Per il primo periodo della vita, dalla nascita alla seconda dentizione … quello che ho imparato è di minima importanza per l’insegnamento e l’educazione del bambino in questo periodo della vita. Della massima importanza è quale uomo sono io, quali impressioni il bambino riceve attraverso me, se egli mi può imitare.(Steiner)

Perciò se vorremmo aiutarli a crescere con gioia, a crescere sicuri di loro stessi, a crescere pronti per affrontare la vita, dovremmo prima di tutto educare noi stessi.

Pensiamoci quindi, questa è solo una riflessione che vuole portare in voi degli interrogativi ed essere uno spunto per una ricerca personale.

Dite:
è faticoso frequentare i bambini.
Avete ragione.
Poi aggiungete:
perché bisogna mettersi al loro livello,
abbassarsi, inclinarsi, curvarsi,
farsi piccoli.
Ora avete torto.
Non è questo che più stanca.
È piuttosto il fatto di essere
obbligati ad innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti.
Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla
punta dei piedi.
Per non ferirli. (Janusz Korczak)

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