Tu tienimi e io mi trasformerò in meraviglia tra le tue mani, al caldo, quel caldo che di notte fa crescere il grano. Tu tienimi come guscio di noce nel pugno fessura tra i mondi. C’è silenzio tra te e me c’è perla. Ti tengo. Chandra Livia Candiani

Mese: Marzo 2019

L’abbraccio che cura

Oggi vorrei parlarvi di un tema a me molto caro: creare una sana connessione con i bambini che siano i nostri figli o i bambini di cui ci prendiamo cura, soprattutto creare una connessione quando sembra impossibile.

Partiamo dal termine connessione che significa stretta unione tra due o più cose in questo caso persone, ma come facciamo a connetterci con un altro essere umano se non siamo connessi con noi stessi?!

E’ davvero difficile, infatti come prima cosa dobbiamo lavorare sulla nostra ri-connessione e poi connetterci con il bambino che abbiamo davanti a noi, qui però vorrei raccontarvi dell’abbraccio che cura, uno “strumento” che mi ha aiutato a  risolvere situazioni difficili con bambini con cui lavoro.

Sicuramente il gioco è stato una delle cose che mi ha aiutato di più a superare le situazioni difficili, per i bambini avere dei genitori o degli educatori che amino giocare è molto importante, attraverso il gioco possiamo sciogliere tante difficoltà che i bambini possono incontrare, dal non voler andare a scuola, al non voler mangiare, ma purtroppo e dico purtroppo perché ne ho incontrati diversi ci sono bambini che hanno perso l’amore per il gioco o il loro gioco è impossibile a causa di aggressività, isolamento o mancanza di fantasia.

Questi bambini solitamente hanno emozioni soffocate che prendono il sopravvento mentre giocano con altri bambini, emozioni opprimenti che non riesco né a gestire né a controllare.

In questo caso noi adulti dobbiamo aiutarli ad uscire dalla loro torre dell’isolamento.

Vi racconto di una bambina di 4 anni che mentre giocava con altri bambini arrivata ad un certo punto si fermava immobile, iniziava a piangere e a cercare la mamma, osservando la scena mi accorgevo che nulla di “esterno” poteva aver infastidito la bambina, ma sicuramente il gioco per lei stava diventando troppo serio, stava entrando in una connessione profonda con i suoi amici e questo le creava una situazione di disagio perciò voleva la mamma, era troppo per lei.

Noi adulti solitamente ci accontentiamo di un livello superficiale di connessione con i bambini, non ci accorgiamo se non abbiamo un legame profondo o pensiamo che non ci sia nulla da fare, pensiamo di averle tentate tutte e alla fine vedendo che tutto sommato la nostra relazione non è così male ci accontentiamo, questo lo facciamo sì con i bambini di cui ci prendiamo cura, ma anche con tutte le altre persone che ruotano intorno a noi, partner, amici, colleghi di lavoro.

I bambini hanno però bisogno di un adulto che non getti la spugna e che lo aiuti ad abbattere il muro che non gli permette di sentirsi sicuro, hanno bisogno di adulti che insistano sulla connessione fino a che non vedono un passo avanti, se noi siamo disposti a dedicare tempo e impegno possiamo fare moltissimo.

Così presi la bambina che si divincolava tra le mie braccia, con calma e dolcezza e la trattenni vicino a me, lei piangeva, mi urlava contro e mi alzava le mani, io canticchiavo dentro me un dolce motivetto quasi impercettibile, non parlavo, non cercavo di spiegargli logicamente tutti i bei motivi (adulti) del perché quella reazione fosse esagerata e senza alcun fondamento o sul perché la mamma non potesse venirla a prendere o svariate altre possibilità logiche, comprensibili e accettabili per noi, ma completamente inutili per una bambina che in quel momento mi stava solo chiedendo aiuto, questo era il modo in cui lei riusciva a chiederlo, un modo giusto, lecito e da accogliere.

E così ho accolto tutte le sue lacrime, le sue parole negative nei miei confronti e tutti i suoi calci e pugni, ma alla fine dopo un bel po’, perché queste situazioni sembrano sempre durare tantissimo, la bambina è rifiorita, era calma, mi ha abbracciato con dolcezza, si è asciugata le lacrime ed è tornata a giocare con una nuova gioia con gli altri bambini.

Lei ha trovato in me un adulto capace di gestire le emozioni, in primis le mie e poi le sue, un adulto capace di offrirgli un rifugio sicuro se lei ne avesse avuto bisogno, un adulto che cercava una profonda connessione con lei, un adulto che l’ha accolta e l’ha compresa, ma che ha definito un limite fermo e sicuro.

Lei aveva bisogno di sperimentare in una nuova situazione di potersi sentire al sicuro, che qualcuno oltre la sua mamma la poteva aiutare, aveva bisogno di uscire dalle barriere dell’isolamento emotivo, di sfogare tutte le sue emozioni e di fare la scorta di “carburante” per poter giocare con altri bambini. E così è stato, da quel giorno è riuscita a sentirsi a suo agio in un ambiente nuovo, a giocare con bambini che non conosceva, sapendo che un adulto l’avrebbe aiutata a superare momenti difficili.

L’abbraccio contenitivo, non è per tutti. Alcuni ne hanno piena fiducia ed altri invece pensano sia una costrizione per il bambino, ma non è così almeno per me, l’abbraccio non deve essere mai stretto e fatto con forza, io mi sono accorta che molti bambini nel momento in cui li abbracci e li metti a sedere sulle gambe, loro sì, si divincolano, in realtà potrebbero liberarsi dalla tua presa, ma non lo fanno, restano lì perché è quello di cui hanno bisogno.

Lawrence J. Cohen nel suo libro gioca con me raccomanda di usare un contenimento fisico anche per i bambini che diventano violenti o agitati perché il contatto, la pressione ferma e il senso di protezione li aiutano ad organizzare le loro sensazioni e i loro impulsi.

Ci sono poi bambini che non riescono a smettere di fare del male agli altri bambini o a qualcun altro, magari corrono in giro rompendo oggetti, bambini che si rifiutano di istaurare qualsiasi tipo di contatto o se instaurano un contatto sono molto fisici e possono far male agli altri, in questo caso bisogna fermarli dolcemente ma con fermezza interna, la nostra voce deve restare calma e calda come anche la gestualità del corpo ma internamente dovete essere decisi.

Questo basta per far sì che il bambino si liberi in un pianto curativo o che cerchi il vostro abbraccio per poi tornare a giocare tranquillamente.

Anche in questo caso l’abbraccio contenitivo può aiutare, sia perché delimita un confine al bambino, sia perché rilascia e scarica delle emozioni soffocate che sono alla base di questi comportamenti.

Io l’ho provato in diverse occasioni e posso dire che con il tempo questi bambini diminuiscono l’aggressività verso i coetanei, che è una tappa fondamentale della crescita e non deve preoccuparci, ma che va limitata e definita senza però etichettare il bambino aggressivo come bambino cattivo e l’abbraccio che cura può essere una valida alternativa.

Un altro momento in cui si può usare il “FeelingsTime” è quando i bambini iniziano a chiedere con insistenza delle cose, ad esempio vogliono fortemente una cosa e la ottengono e subito dopo ne chiedono un’altra con la stessa tenacia e la ottengo ancora e poi di nuovo e si entra così in un circolo vizioso, oppure quando vogliono qualcosa che voi gli date, ma subito cambiano idea e vogliono un’altra cosa e poi ancora così fino a che solitamente il bambino inizia a piangere ad urlare o gli adulti non riescono più a sopportare la situazione e si arrabbiano, in questo caso il bambino ci sta chiedendo un limite, ci sta manifestando il suo bisogno di un confine, vuole e lo so che può sembrare strano un “no” da noi, un contenimento fisico. Un fermo no in questi casi può aiutare, vi racconto di una bambina di 5 anni che continuamente mi chiedeva cose che lei sapeva impossibili ed io con calma mi abbassavo alla sua altezza, la guardavo negli occhi e le dicevo “no, mi spiace so che ti piacerebbe tanto ma non è possibile ora fare quello che mi chiedi” e lei allora sorrideva e se ne andava quasi volando, questa bambina aveva bisogno di sentirsi sicura, alle volte oltre a questo la abbracciavo e la tenevo qualche secondo sulle mie gambe e lei era felice e il suo bisogno di confine e di sicurezza era stato appagato, ma non sempre è tutto così liscio, ci sono bambini che rispondono con lacrime o “scenate” ma anche questo va bene, in un certo senso il “no” è come l’abbraccio contenitivo, fornisce una resistenza che i bambini possono usare per rilasciare la tristezza, la rabbia e la frustrazione in eccesso e poi per sentirsi al sicuro e più leggeri.

E’ fondamentale comprendere però che l’obbiettivo del contenimento fisico, o l’abbraccio che cura come piace chiamarlo a me, non è quello di punire i bambini, le punizioni vanno assolutamente abolite, o quello di far sentire noi adulti superiori, ma di creare una situazione in cui i bambini possano liberarsi dalle tensioni emotive accumulate, di liberarsi di emozioni dolorose che interferiscono nella loro connessione con gli altri in un ambiente caldo come un abbraccio.

Perciò è meglio non contenere i bambini se voi stessi vi sentite arrabbiati e non avete il controllo sulle vostre emozioni, meglio in queste occasioni prendersi una pausa e tornare con il bambino quando sarete calmi e amorevoli.

E poi tanto yoga e meditazione che serve sempre!

 

 

 

 

 

Ancora

Il tempo dell’ancora non c’è più, si è perso in mezzo alle mille pagine lette con superficialità, ai genitori stessi che si sono stancati di rileggere sempre la stessa storia, alla loro voglia di novità che non risponde a quella del loro bambino, che però si adatta, accetta e modifica la sua domanda. Questa è la velocità della vita che non lascia scampo neanche ai bambini. Non c’è tempo da perdere e ripetere è tempo sprecato, invece no, è il contrario è fondamentale, è un tempo di costruzione, dove l’anima del bambino lavora negli strati più profondi, ma come possiamo accorgercene se non vogliamo guardare e nel frattempo accumuliamo libri, pensando che debba subito iniziare a conoscere più cose possibili, ma siamo certi di quello che stiamo facendo?

È davvero un bisogno del bambino o più che altro è un nostro desiderio e cioè quello di avere un figlio intelligente, un figlio migliore, di chi bene non si sa, semplicemente forse migliore di noi.
Che poi leggere va benissimo, ma ancor meglio è raccontare e ancor meglio è inventare o ricercare e poi raccontare.
Le fiabe ad esempio hanno un linguaggio ricercato, parlano alla totalità dell’uomo e raccontano della vita di ogni essere umano, delle sue debolezze, delle sue prove e delle sue vittorie. Non dimentichiamo però che ogni età ha la sua fiaba, non possiamo raccontare cappuccetto rosso ad un bambino in fasce, dobbiamo perciò prima studiare noi stessi la fiaba, rileggerla più e più volte, comprenderne i significati profondi, viverla intensamente nel nostro animo e poi restituirla al bambino sotto forma di racconto. Questo è quello che ci richiede il bambino un lavoro profondo e se noi da subito lo faremo, quell’ ancora non si perderà mai ed anzi il bambino attenderà con ansia e gioia il momento della fiaba.

 

Immaginazione.


L’immaginazione non c’è più, non voglio denigrare i libri meravigliosi con illustrazioni fantastiche, ma dove sta l’immaginazione del bambino, che può costruire da sé il racconto ed i personaggi quando è già tutto bello, fatto e finito.
Dov è la possibilità di ricreare da nuovo ogni volta le immagini della storia?
Non c’è e non può esserci.
Mi viene in mente la parte nel libro “Il piccolo principe”:

“..”Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora”. 
Feci il disegno.
Lo guardò attentamente, e poi disse: “No! Questa pecora e’ malaticcia. Fammene un’altra”. 
Feci un altro disegno.
Il mio amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza. 
“Lo puoi vedere da te”, disse, “che questa non e’ una pecora. E’ un ariete. Ha le corna”. 
Rifeci il disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i precedenti.
“Questa e’ troppo vecchia. Voglio una pecora che possa vivere a lungo”. 
Questa volta la mia pazienza era esaurita, avevo fretta di rimettere a posto il mio motore. Buttai giù un quarto disegno. (disegno di una cassetta) 
E tirai fuori questa spiegazione: 
“Questa e’ soltanto la sua cassetta. La pecora che volevi sta dentro”.
Fui molto sorpreso di vedere il viso del mio piccolo giudice illuminarsi.
“Questo e’ proprio quello che volevo”…” 

Questo è quello che dovremmo dare ai nostri bambini, la possibilità di creare con la loro fantasia, dovremmo iniziare a dare meno, perché dando meno loro costruiranno di più da soli.
E non è forse questa l’intelligenza? Un domani siamo certi che troveranno tutto quello che desidereranno? Io penso che se lo dovranno costruire come da piccoli creavano con la loro fantasia e creatività.
Come per il corpo umano il cibo è nutrimento, così le fiabe sono nutrimento per l’anima del bambino e per la costruzione dell’uomo di domani.
Con questo non voglio dire di abolire i libri, assolutamente, dico solo di iniziare anche a raccontare fiabe ai nostri figli, di tornare a fare come i nostri nonni che intorno al fuoco intonavano meravigliose avventure di vita.
Nessuna descrizione della foto disponibile.

I maestri più grandi che ho avuto sono stati i bambini che ho incontrato.

Mi hanno insegnato a perdermi nella bellezza di una goccia di rugiada, a guardare un bastoncino di legno e vederci mille e una possibilità,

mi hanno insegnato che un bacino può curare e che una parola può ferire, che si può litigare e far la pace con il mignolino e poi scappare a giocare più amici di prima,

mi hanno insegnato che le parole sono importanti e che una promessa va sempre mantenuta, che il tempo non esiste, che siamo noi a comandarlo e che alle volte si può rimandare,

mi hanno insegnato che potremmo dire sì invece diciamo no solo per paura,

mi hanno insegnato che si può ridere fino a piangere e che ci si può emozionare davanti ad un fiore che sboccia,

mi hanno insegnato che se piove e si è tristi basta uscire fuori, correre sotto la pioggia e la tristezza passa,

mi hanno insegnato che bisogna urlare con tutta la forza che abbiamo in corpo per manifestare la nostra protesta e le nostre idee, ma anche l’umiltà di ascoltare in silenzio,

mi hanno insegnato che gli occhi ed i gesti dicon sempre la verità e che alle volte basta un abbraccio senza troppe parole per consolare,

mi hanno insegnato la costanza di provare e riprovare,

mi hanno insegnato che la strada più bella non è quella in pianura ma quella in salita dove camminare è difficile, dove ogni tanto fermarsi non è una sconfitta, ma è prendere la carica per andare ancora più in alto,

mi hanno insegnato che l’amore è più forte di ogni cosa e che loro vengono dalla sorgente dell’amore e che se li tocchi tocchi l’amore stesso,

mi hanno insegnato il coraggio di restare bambini in un mondo per adulti.

 

grayscale photo of group of children

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